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- 12-02-2026
- Redazione Corsi.online
- In Scuola e università
- 5 minuti
Giorno del Ricordo: perché è importante ricordare le foibe
Ogni 10 febbraio il Giorno del Ricordo riapre una pagina dolorosa della storia italiana. Non riguarda solo il confine orientale, ma il modo in cui il Paese ricorda. Memoria, identità nazionale e traumi collettivi si intrecciano ancora oggi, spesso in modo conflittuale.
Comprendere questa ricorrenza significa capire anche le fragilità della nostra democrazia. Dietro le celebrazioni ufficiali restano storie personali, esodi forzati, violenze difficili persino da nominare. Proprio per questo il dibattito su foibe ed esodo non può ridursi a slogan politici.
Il Giorno del Ricordo nasce con la legge 92 del 2004, dopo decenni di silenzio pubblico. La politica scelse allora di riconoscere istituzionalmente la tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.
Molti italiani ne ignoravano quasi del tutto i contorni storici, anche per carenze nei programmi scolastici. Oggi, invece, si moltiplicano cerimonie, lezioni, speciali televisivi, ma non sempre aumenta la comprensione reale. Questo articolo prova a spiegare il contesto storico, le ragioni della ricorrenza e i nodi ancora aperti. Offre strumenti per avvicinarsi alla memoria delle foibe con rigore, rispetto e spirito critico.
Indice dei contenuti
Origine storica e significato istituzionale della ricorrenza
Per capire il senso attuale del Giorno del Ricordo bisogna tornare agli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale.
In quelle zone di confine il crollo dei regimi fascisti e nazisti coincise con vendette, regolamenti di conti, violenze politiche e nazionali. Il confine adriatico divenne un laboratorio crudele di ridefinizione degli Stati, tra Italia, Jugoslavia e potenze alleate. In questo quadro maturarono le uccisioni nelle foibe e l’avvio dell’esodo giuliano-dalmata.
Per decenni, però, queste vicende restarono ai margini del discorso pubblico.
La Guerra fredda e la necessità di rapporti con la Jugoslavia di Tito spinsero molti governi al silenzio. Solo negli anni Novanta si sviluppò una nuova sensibilità storiografica e civile. Da qui nacque il percorso che portò, nel 2004, all’istituzione della ricorrenza con la legge n. 92. Lo Stato decise di riconoscere quella tragedia come parte della propria storia ufficiale. Questo passaggio ha spostato la memoria dalle singole comunità esuli allo spazio nazionale.
Foibe ed esodo giuliano-dalmata: i fatti dietro la memoria
Quando si parla di Giorno del Ricordo il nodo centrale è cosa accadde davvero sul confine orientale.
Le violenze nelle regioni di Istria, Fiume e Dalmazia si svilupparono in più ondate, tra il 1943 e il 1945. Colpirono fascisti, militari, funzionari, ma anche civili percepiti come ostili al nuovo potere jugoslavo. Il contesto era segnato da anni di italianizzazione forzata, repressioni, occupazioni militari e ritorsioni.
Le foibe non furono solo cavità carsiche utilizzate per occultare i cadaveri delle vittime. Indicarono, nel linguaggio pubblico, l’insieme delle uccisioni e delle sparizioni attribuite alle formazioni partigiane jugoslave. Dopo la guerra, inoltre, circa 250.000 persone lasciarono quelle terre, secondo stime diffuse tra gli storici.
L’esodo giuliano-dalmata cambiò la geografia sociale di città come Trieste e Pola. Migliaia di famiglie vissero per anni in campi profughi o alloggi precari in tutta Italia. Comprendere questi numeri aiuta a misurare il peso umano che ancora grava sulla memoria nazionale.
Il Giorno del Ricordo nelle istituzioni: Montecitorio, Quirinale e amministrazioni locali
Ogni anno il Giorno del Ricordo (10 febbraio) viene celebrato con una cerimonia solenne alla Camera, nell’Aula di Montecitorio.
Alla presenza del Presidente della Repubblica, come Sergio Mattarella, si intrecciano testimonianze di esuli, interventi di storici, contributi musicali. Questi momenti istituzionali non hanno solo un valore simbolico. Trasformano la memoria di un confine periferico in tema centrale della cittadinanza repubblicana. Inoltre, mostrano come le istituzioni assumano responsabilità diretta nel racconto del passato.
Accanto alle cerimonie nazionali, regioni e comuni organizzano incontri pubblici, mostre, intitolazioni di piazze.
In molte città sorgono monumenti alle vittime delle foibe e all’esodo, spesso al centro di dibattiti accesi. Il Quirinale, negli ultimi anni, ha insistito su una memoria sobria, lontana dalla propaganda. Questo approccio invita a distinguere tra ricerca storica e uso politico del dolore. Quando le amministrazioni locali seguono questa linea, il giorno del ricordo diventa occasione di dialogo. Dove invece prevalgono slogan identitari, la ricorrenza rischia di alimentare nuove divisioni.
Scuola ed educazione civica: come parlarne alle nuove generazioni
Nelle scuole italiane il Giorno del Ricordo è spesso l’unico momento dedicato alla storia del confine orientale.
Molti docenti cercano materiali affidabili per non ridurre tutto a una lezione commemorativa. La sfida didattica è complessa, perché occorre conciliare empatia per le vittime e rigore critico. Inoltre, gli studenti vivono lontani nel tempo e nello spazio da quei luoghi. Serve quindi uno storytelling capace di collegare passato e presente.
Ecco alcuni obiettivi didattici essenziali:
- Far conoscere il contesto europeo della Seconda guerra mondiale
- Distinguere violenze fasciste, naziste e jugoslave nel confine adriatico
- Analizzare criticamente fonti, testimonianze e narrazioni familiari
- Riflettere su nazionalismi, propaganda e uso politico della storia
Memoria divisa, polemiche pubbliche e rischi di strumentalizzazione
Nel dibattito pubblico il Giorno del Ricordo è spesso al centro di polemiche. Una parte del confronto ruota attorno ai numeri delle vittime, usati talvolta come arma politica.
Altri nodi riguardano il rapporto tra memoria delle foibe e memoria della Resistenza. Alcune associazioni temono che si voglia riscrivere il passato, equiparando responsabilità molto diverse. Dall’altro lato, esuli e discendenti rivendicano il lungo silenzio subito nel dopoguerra.
Gli storici invitano a evitare sia il negazionismo sia le semplificazioni propagandistiche.
La ricerca documentale, anche internazionale, ha ormai chiarito molti aspetti essenziali. Restano però spazi di incertezza, che la politica tende a occupare con letture identitarie. Per questo le cerimonie e i discorsi ufficiali dovrebbero citare sempre i lavori della comunità scientifica. In questo modo il giorno del ricordo può diventare un esercizio di maturità democratica. Non un tribunale retroattivo, ma un’occasione per interrogare il rapporto tra violenza, confini e nazionalismi.
Un esempio di questa complessità è rappresentato dalla città di Trieste, simbolo di un confine che ha visto scontri e riconciliazioni. In questa città, il Giorno del Ricordo assume un significato particolare, poiché rappresenta un punto di incontro tra diverse memorie collettive.
Le cerimonie ufficiali, come quelle tenute presso la Foiba di Basovizza, sono spesso accompagnate da dibattiti e incontri pubblici che coinvolgono storici, politici e cittadini. Questi eventi offrono l’opportunità di riflettere su come la memoria storica possa essere utilizzata per costruire un dialogo costruttivo tra le diverse comunità coinvolte.
Il ruolo della formazione continua per una memoria più consapevole
Dietro ogni celebrazione del Giorno del Ricordo ci sono insegnanti, giornalisti, amministratori chiamati a raccontare eventi complessi. La qualità di questo racconto dipende spesso dalla loro formazione storica.
Molti professionisti si sono formati in anni in cui le foibe quasi non comparivano nei manuali. Per questo oggi la formazione continua diventa cruciale. Aggiornare le competenze significa anche rivedere narrazioni consolidate. L’Università di Trieste propone un programma dettagliato che esplora le dinamiche storiche e sociali dei territori coinvolti.
Una formazione strutturata aiuta a usare con prudenza categorie come “pulizia etnica” o “genocidio“. Evita slogan e aiuta a spiegare differenze tra contesti storici diversi. Chi lavora su questi temi può così proporre un giorno del ricordo meno rituale e più consapevole. Una memoria capace di includere voci differenti, senza cancellare responsabilità e gerarchie delle violenze.
Inoltre, la formazione continua non si limita solo agli aspetti accademici ma include anche l’interazione con testimoni diretti e l’analisi di documenti d’archivio recentemente resi disponibili. Questo approccio permette di costruire una narrazione più ricca e sfumata, che considera le prospettive di tutte le parti coinvolte. Ad esempio, l’inclusione delle testimonianze degli esuli istriani e dalmati offre una visione più completa delle conseguenze umane di quei tragici eventi. Così, la formazione diventa uno strumento di dialogo e riconciliazione, fondamentale per promuovere una memoria storica che sia non solo accurata ma anche empatica e inclusiva.
Redazione Corsi.online
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