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- 06-02-2026
- Redazione Corsi.online
- In Insegnamento
- 5 minuti
Cooperative learning a scuola, cosa sapere per applicarlo al meglio
Nelle classi di oggi il cooperative learning non è più una moda pedagogica, ma una vera necessità. Gli studenti vivono in contesti collaborativi e digitali, mentre la didattica tradizionale resta spesso frontale e individuale.
In questo scenario, parlare di apprendimento cooperativo significa ripensare il modo in cui organizziamo tempo, spazi e relazioni. Il termine apprendimento cooperativo, o cooperative learning, indica gruppi piccoli, responsabilità condivise e obiettivi comuni. Gli allievi non lavorano “uno accanto all’altro”, ma “uno con l’altro”, intrecciando spiegazioni, aiuto reciproco e confronto continuo. Questo approccio supporta le competenze trasversali richieste dalle Indicazioni Nazionali e dalle prove INVALSI, come comunicazione, pensiero critico e problem solving.
Capire come introdurlo a scuola è fondamentale per evitare improvvisazioni. Senza una struttura chiara, infatti, il cooperative learning rischia di trasformarsi in semplice lavoro di gruppo, poco efficace e spesso caotico.
In questo articolo vedremo i principi base, come formare i gruppi, come progettare attività, quali tecniche usare – dal metodo Jigsaw al Project Based Learning – e come valutare in modo equo. Troverai esempi concreti di classi italiane e suggerimenti operativi per partire, anche se hai poco tempo e risorse limitate.
Indice dei contenuti
Principi chiave del cooperative learning in classe
Applicare il cooperative learning richiede alcune condizioni essenziali, altrimenti la collaborazione rimane una dichiarazione di intenti. La prima è la interdipendenza positiva: ogni studente deve sapere che il proprio contributo è indispensabile al risultato comune.
Accanto a questa, serve la responsabilità individuale. In un gruppo di cooperative learning ognuno risponde di una parte specifica del compito, che sia una ricerca, una sintesi scritta o una presentazione alla classe.
La socializzazione è importante, ma non basta. Come ricordano molti studi sul cooperative learning, senza ruoli e criteri chiari rischiamo i “passeggeri clandestini”, cioè studenti che si lasciano trainare dagli altri.
Un esempio concreto: in una seconda media, l’insegnante di storia assegna a ogni gruppo un periodo della Rivoluzione francese. Ogni alunno ha un ruolo definito, come coordinatore, segretario, esperto delle fonti, portavoce. Il prodotto finale è una mappa concettuale condivisa, che unisce tutti i contributi.
Infine, sono decisive abilità sociali esplicite: saper ascoltare, parafrasare, gestire i conflitti. Non nascono spontaneamente. Vanno insegnate, esercitate e riprese nelle routine di aula, esattamente come un contenuto disciplinare.
Formare gruppi efficaci e inclusivi
Molti insuccessi del cooperative learning nascono dalla composizione casuale dei gruppi. La scelta, invece, va sempre progettata: l’obiettivo è creare eterogeneità controllata, non assemblare studenti “a caso”.
In una logica di cooperative learning, l’insegnante bilancia livelli di rendimento, stili cognitivi, genere e, quando possibile, background linguistici. Un gruppo con solo alunni molto forti rischia competizione interna; uno con difficoltà simili può scoraggiarsi. Meglio mescolare.
Nelle classi prime, per esempio, si possono avviare gruppi di quattro studenti, stabili per un trimestre, e ridefiniti dopo una verifica comune.
Un caso tipico: in un istituto tecnico, la professoressa di matematica crea gruppi eterogenei per affrontare le equazioni di secondo grado. Lo studente con più sicurezza nei calcoli aiuta nella fase operativa; chi scrive bene prepara il report; chi è più timido cura le verifiche intermedie. Tutti hanno un ruolo.
Per promuovere inclusione, è utile affiancare al cooperative learning strumenti di didattica laboratoriale e scaffolding. Schemi guida, rubriche chiare e tempi scanditi permettono anche agli studenti con BES o NAI di partecipare attivamente. Così la cooperazione non resta un privilegio per chi è già autonomo, ma diventa leva di equità.
Strutturare attività: dal metodo Jigsaw ai progetti
Senza una buona struttura, il cooperative learning si riduce a lavoro in gruppo. Per evitarlo, servono format chiari e ripetibili, adattabili alle diverse discipline.
Una tecnica potente è il metodo Jigsaw, nato negli anni Settanta con lo psicologo Elliot Aronson. Gli studenti lavorano prima in gruppi di esperti, poi ritornano nei gruppi di origine per insegnare agli altri la propria parte. Ecco i principali elementi di una buona attività cooperativa:
- Compito comune ma suddiviso in parti interdipendenti
- Ruoli definiti e ruotati con regolarità nel tempo
- Tempi chiari per lavoro individuale, di gruppo e plenaria
- Prodotto finale condiviso, visibile e valutabile da tutti
Immaginiamo una terza superiore impegnata in educazione civica. La classe studia la Costituzione con il Jigsaw: ogni gruppo di esperti analizza alcuni articoli, poi insegna agli altri. Il prodotto è un vademecum digitale, creato con la LIM.
Per compiti più lunghi, il cooperative learning dialoga bene con il Project Based Learning. Progettare un orto scolastico, un podcast storico o una campagna di sensibilizzazione ambientale permette di integrare ricerca, creatività e responsabilità sociale in un’unica esperienza coerente.
Tecnologie e ambienti digitali a supporto
Il cooperative learning non vive solo tra i banchi. Gli ambienti digitali ampliano le possibilità di collaborazione, soprattutto nelle scuole secondarie. Tuttavia, la tecnologia deve seguire la didattica, non guidarla.
Piattaforme come Google Classroom, moodle o Edmodo facilitano lo scambio di materiali, la scrittura collaborativa e i feedback rapidi. In una prima liceo, per esempio, l’insegnante di italiano crea un compito di scrittura cooperativa. Ogni gruppo elabora un racconto su Classroom, commenta il testo degli altri con note mirate, rivede la versione finale. Il cooperative learning continua così oltre l’orario scolastico.
In presenza, la LIM e i tablet sostengono la condivisione dei prodotti. Mappe concettuali, presentazioni, brevi video vengono discussi in plenaria, mentre i portavoce dei gruppi spiegano le scelte fatte. La visibilità pubblica dei lavori aumenta motivazione e cura.
Anche nel Blended Learning, che alterna momenti in presenza e online, il cooperative learning trova un alleato naturale. I lavori di ricerca possono svolgersi a distanza; le fasi di sintesi e dibattito, invece, tornano in aula, dove il confronto diretto resta insostituibile.
Valutare il cooperative learning e dare feedback
Uno dei nodi critici del cooperative learning riguarda la valutazione. Molti docenti temono di non riuscire a distinguere meriti individuali e di gruppo. La soluzione passa da criteri espliciti e condivisi.
Prima di iniziare un’attività di cooperative learning, conviene presentare una rubrica di valutazione semplice, con pochi indicatori chiari: partecipazione, qualità del contributo, rispetto dei tempi, prodotto finale. Ogni indicatore può avere tre o quattro livelli descritti in linguaggio accessibile agli studenti.
In una seconda professionale, per esempio, la docente di scienze usa una rubrica per un lavoro di laboratorio sulle reazioni chimiche. Gli alunni sanno che verrà valutato sia il quaderno di gruppo sia un breve quiz individuale. Alla fine, ogni studente compila anche un’autovalutazione sul proprio ruolo nel gruppo.
Il feedback non deve arrivare solo alla fine. Nel cooperative learning funzionano bene i “check-point” intermedi: cinque minuti di stop per verificare avanzamento, clima, rispetto dei ruoli. L’insegnante agisce da facilitatore, non da semplice correttore. Questo aiuta a prevenire conflitti e a responsabilizzare tutti, anche i più silenziosi.
Integrare cooperative learning nella progettazione didattica
Perché il cooperative learning diventi pratica stabile, va inserito nella progettazione annuale. Non basta “fare un’attività cooperativa ogni tanto”, magari alla fine del quadrimestre.
Un buon punto di partenza è collegare le attività di cooperative learning a ogni Unità Didattica di Apprendimento. Per esempio, nella UDA sulla narrazione, si può prevedere un Jigsaw sui generi letterari e un lavoro cooperativo di scrittura creativa. In storia, invece, un percorso ispirato al Project Based Learning può culminare in una mostra multimediale realizzata dagli studenti.
In un istituto comprensivo, una rete di docenti ha inserito due unità cooperative per disciplina, per ogni classe, nel PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa). Il cambiamento è stato graduale ma visibile: maggiore partecipazione, diminuzione dei conflitti, più autonomia nello studio.
Integrare il cooperative learning permette anche una migliore continuità verticale. Se primaria e secondaria condividono alcune routine cooperative – ruoli, simboli, modalità di restituzione – gli alunni ritrovano pratiche note nel passaggio di grado, riducendo ansia e dispersione.
Redazione Corsi.online
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